Sicuramente tutti, prima o poi, ci siamo imbattuti nella tipica frase “vivi il momento presente”, un invito a focalizzarsi su ciò che capita nella quotidianità, mettendo da parte la zavorra di eventuali esperienze negative passate e l’ansia di ciò che potrebbe accadere nel futuro. Come mai abbiamo bisogno di ricordarci di stare nel presente? Perché spesso non lo facciamo. L’influenza dell’ente egoista che alberga dentro di noi, di cui abbiamo parlato ad esempio in questo articolo, fa sì che molte volte non riusciamo a vivere a pieno un momento o un’esperienza per quello che sono, in quanto li misuriamo e giudichiamo preventivamente, in base agli standard delle nostre condizioni e relative convinzioni.

L’azione vincolante del principio egoista è facilmente rilevabile già nell’uso del linguaggio, ad esempio quando diamo risposte approssimative alle domande sul nostro stato contingente, non riuscendo a prendere una posizione netta al riguardo. Pensiamo alle occasioni in cui alla domanda “come stai?” abbiamo risposto “così così”, “potrebbe andare meglio”, oppure “eh se non fosse per ciò che mi è successo, andrebbe bene”, che sono affermazioni vaghe e che denotano anche un’evidente insoddisfazione di fondo. Questo tipo di risposte definisce la distanza da noi rilevata tra una nostra condizione e ciò che nel tempo presente si sta verificando. Il modello comportamentale che definisce la nostra parte vincolata e parametrica contiene infatti un’immagine ideale di ciò che è “felicità” o “soddisfazione personale”, che ci induce a farci confrontare ogni evento che ci accade in base a quel parametro; tale modello influenza ogni settore della nostra vita.

In parole povere, seguendo le regole comportamentali veicolate dal principio di resistenza che alberga in noi, generiamo delle specifiche aspettative su come dovrebbero andare le cose. Costruiamo così delle vere e proprie prigioni per noi stessi, finendo per non trarre alcuna esperienza e conoscenza da un evento: nel momento stesso in cui accade, esso viene immediatamente imbrigliato nei parametri del modello comportamentale, impedendoci di vederlo per ciò che è. Nonostante questo, non è auspicabile che l’operato del principio egoista venga eliminato, perché esso è tra l’altro per noi un trainer che ci mette costantemente alla prova, svelando altresì le nostre paure e vulnerabilità, e facendo emergere quelli che consideriamo come “limiti”. Non dobbiamo reprimere ciò che ci suscita, bensì ascoltare il fastidio, la rabbia, l’ansia o simili emozioni che sorgono quando proviamo a uscire dalla zona di comfort che lo definisce. Questo ascolto interiore ci porta progressivamente a riconoscere i vincoli nella nostra quotidianità, e ad imparare a vivere davvero nel presente, restando focalizzati sull’attività che stiamo compiendo, e ad accogliere qualunque cosa il sistema naturale ci ponga davanti, senza condizioni.

Se osserviamo con attenzione lo svolgimento di ogni fenomeno, anche quello che ci è più noto, scopriremo tra l’altro che ogni circostanza in cui esso si esprime è unica: è infatti sempre diversa da quella precedente, anche se magari si tratta di differenze quasi impercettibili. La rilevazione di tali differenze ci invita in modo inequivocabile a relazionarci al momento presente, con un intrinseco senso di meraviglia e con un costante desiderio di ricerca.

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