Una delle principali dinamiche del processo di apprendimento è l’imitazione, utilizzata non solo dagli esseri umani, ma anche nel regno animale e vegetale. La fase di imitazione porta a risvegliare qualcosa che già conteniamo dentro di noi; quando lo vediamo fuori di noi, questo qualcosa inizia a prendere forma. Dopodiché, possono avvenire due cose: apprendiamo quel gesto e lo facciamo nostro, oppure continuiamo ad essere imitatori, che sono in grado soltanto di ripeterlo a memoria.

Il processo di imitazione è riconoscibile, ad esempio, nell’ambito scolastico: l’allievo apprende una nuova disciplina dal maestro, che a sua volta veicola un modello. Un modello di per sé è statico; esso evolve e si nutre attraverso l’uso di chi lo ha appreso. Quando questo non avviene, si genera immobilità e sorgono i dogmi e le dottrine.

Quando l’allievo si cimenta nella sperimentazione del modello, si potrebbero manifestare due tipi di afflizioni: la prima porta alla conformità, da cui nasce l’allievo “follower” perfetto, che si identifica completamente con la dottrina, e la cui ispirazione è soffocata dalla ricerca dell’omologazione. Oppure potrebbe emergere un allievo anticonformista, che vuole entrare in competizione: egli pensa “questo è il modello, ma io ne trovo uno migliore”, e lo fa proponendo delle alternative senza senso, solo per il gusto di essere “contro”.

Cosa avviene, invece, nel caso di un allievo ricercatore? La dottrina cercherà comunque di imporsi, e di trasformarlo in una perfetta fotocopia del maestro; nello stesso tempo, si farà sentire la tentazione della differenziazione. Poiché però al ricercatore interessa solo la conoscenza, egli vede l’irrilevanza del feedback e dell’eventuale voto che riceverà, che alla fine è solo “un pezzo di carta”, e, come fa un esploratore, seguirà l’ispirazione ricevuta dalla sperimentazione con il vecchio modello, e da esso genererà qualcosa di nuovo. Un vero ricercatore trova sempre nuovi modi per fare qualcosa che è già stato fatto.

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