Poiché viviamo in un contesto regolamentato da un modello morale di conformità, il nostro modo di comportarci, la nostra prospettiva sulle cose, e la quotidianità privata e sociale, sono inevitabilmente influenzati da esso. Dopo anni di assorbimento di regole socialmente imposte, il nostro sistema cognitivo e quello sensoriale si sono infatti assuefatti a compiere sempre lo stesso “percorso”, ottenendo e confermando sempre gli stessi risultati.

Pensiamo infatti al sistema di valorizzazione della scuola, che giudica ogni studente, idealmente portatore di un’unicità, con gli stessi parametri valoriali espressi attraverso valutazioni numeriche o qualitative. Il requisito per poter prendere un “dieci e lode” o un “bravissimo”, nella maggior parte dei casi, è quello di aver imparato i capitoli di un libro a memoria, di saper replicare procedimenti e regole in modo perfetto, o di alzare la mano per rispondere a una domanda, dimostrando di aver studiato. La scuola è solo uno dei contesti in cui l’essere umano viene giudicato in questo modo, perché avviene lo stesso al lavoro, nel ruolo di cittadino, in famiglia, e così via. Viene dunque valorizzato positivamente il fatto di attenersi rigidamente a specifiche regole, e di esserne diventati dei fedeli interpreti. In tale scenario, intelligenza, creatività e spirito di intraprendenza hanno un limitato spazio di espressione.

Nel contesto sociale, viene formalmente indicato che “l’importante è l’obiettivo”, ma all’atto pratico, il suo raggiungimento è condizionato dal preliminare adempimento di regole standard. Per esempio, ipotizziamo che il nostro professore di matematica ci assegni un problema da risolvere, avendo l’aspettativa che lo faremo in uno specifico e unico modo. Nel caso in cui lo risolvessimo senza servirci delle regole che ci ha insegnato, probabilmente lo metteremmo in difficoltà; magari ci accuserebbe di aver imbrogliato, oppure potrebbe penalizzarci, spiazzato dalla nostra iniziativa. Questo è il tipo di reazione indotta dal modello morale, ed ecco perché, chi riesce a raggiungere un obiettivo ad esempio in ambito economico, scientifico, letterario, tecnologico, agendo in modo non convenzionale, nel migliore dei casi viene considerato un outsider, oppure un furbetto, una persona strana e poco affidabile. La diffusa convinzione secondo cui chi apre una nuova strada potrebbe aver “giocato sporco”, è un’ulteriore conferma della rigidità del modello morale, e del suo intenso radicamento dentro ognuno di noi.

In realtà, la capacità di trovare nuovi modi di fare qualcosa, ovvero di generare nuove forme, è un indicatore di intelligenza. Essa è la capacità di leggere gli elementi che si hanno davanti, e il contesto in cui si trovano, per poterli utilizzare per uno scopo. Un’azione intelligente implica dunque il raggiungimento di un fine, senza vincoli, utilizzando ciò che si ha disposizione in quel momento. Se abbiamo il sincero desiderio di procedere oltre e nonostante il modello comportamentale, dobbiamo metterci in movimento e “rischiare”, ricordando che tutto ciò che rimane statico e uguale a se stesso è destinato a terminare e a decomporsi, mentre ciò che continua a mutare, ad adattarsi a differenti e nuove condizioni, evolve.

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