Ciò che pensi crea la tua realtà. Sorridi e il mondo ti sorriderà. La vita è come un’eco: se non ti piace ciò che rimanda, devi cambiare il messaggio che invii.

Queste sono solo alcune della miriade di frasi motivazionali che affollano i libri, i blog, i cartelloni pubblicitari. Di primo acchito, possono farci sorridere e pensare che siano luoghi comuni per persone ingenue. Andando più a fondo nell’osservazione, però, scopriremo che possiamo iniziare una riflessione su noi stessi, partendo anche da una frase come queste, che ci suona banale.

Per svolgere questa riflessione, quindi, partiamo da un assunto: ogni cosa che avviene davanti ai nostri occhi è diretta a noi, parla il nostro linguaggio. Possiamo verificarlo con un semplice esperimento: se guardiamo un film con degli amici, alla fine della proiezione ognuno di noi porrà l’attenzione su aspetti differenti della pellicola, e si ricorderà parti di dialogo che gli altri non ricordano. Da questo ne deriva che ciò che vediamo lo guardiamo dal nostro punto di vista. Cosa comprende il nostro punto di vista? L’esperienza che abbiamo fatto, i luoghi visitati, le persone incontrate fino a quel momento. Ed esso è influenzato dal nostro stato emotivo presente, e da ciò che realmente desideriamo accada, anche se lo nascondiamo accuratamente. Dichiariamo che abbiamo intenzione di raggiungere un obiettivo, ma ci comportiamo nella maniera opposta, auto boicottandoci.

Uno dei veleni più insidiosi di una nuova possibilità che si apre è, infatti, la convinzione che “tanto non ce la farò mai”, oppure il ben noto “non ci riesco”. È come una fantozziana nuvoletta nera che ci portiamo dietro e che corrompe ogni nostro movimento, facendo sì che non raggiungiamo mai il risultato che ci siamo prefissati. Chiarifichiamo il concetto con un esempio. Immaginiamo di essere i responsabili del personale di un’azienda che sta cercando un nuovo membro per il suo staff. La scelta finale ricade tra due candidati. Il primo è un individuo visibilmente agitato e con ridotta esperienza del lavoro per cui si candida. Ci trasmette però grinta, desiderio di imparare e di raggiungere gli obiettivi. Il secondo candidato ha tanta esperienza alle spalle, si “dà un tono” attraverso la sua parlantina, ma ha l’aria rassegnata e un atteggiamento remissivo e fatalista. Chi assumeremo dei due, se vogliamo far crescere l’azienda? Ovviamente il primo.

Nella quotidianità avviene la stessa cosa. Se usciamo di casa con la faccia scura del secondo candidato al lavoro, il nostro selezionatore al colloquio, ovvero la vita stessa, reagirà di conseguenza. Approcciarsi a qualcosa di nuovo avendo in testa una continua vocina che ci dice che non siamo in grado di farcela, farà sì che davvero non ce la faremo mai. E se pensiamo che il mondo ce l’abbia con noi, che capitino tutte a noi, e che siamo dei poveretti da compatire e aiutare, ciò che ci accade lo confermerà. Come se fossimo dei novelli Bridget Jones, la nostra insicurezza colorerà ogni nostra giornata. Saremo perennemente perseguitati dalla “sfiga”; verremo percepiti sempre come fuori dal contesto in cui ci troviamo; faremo continuamente “figuracce” davanti agli altri, convalidando così la nostra presunta inettitudine.

Come si può superare l’impasse di questa profezia che si auto avvera? Scegliendo la strada più faticosa. Chiunque sia il nostro ipotetico nemico – imparare una nuova lingua, sostenere un esame, apprendere un nuovo lavoro, cambiare stile di vita, modificare lo stile alimentare – affrontiamolo con grinta, nonostante la paura che sentiamo. In altre parole, dobbiamo diventare responsabili della nostra vita. Se un evento, ad esempio, ci sta portando una sofferenza fine a se stessa, che ci fa girare in tondo senza trovare la chiave per andare allo step successivo, dobbiamo riconoscere che questo dipende da noi, e da nessun altro. Se adottando uno stesso comportamento otteniamo sempre il medesimo risultato, dobbiamo apportare dei cambiamenti. Invece di autocommiserarci, ci muoviamo con la fiducia che ogni cosa che ci viene posta davanti saremo in grado di affrontarla. E sarà proprio il modo in cui ci porremo davanti ad essa a dare espressione al risultato che otterremo.

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