Quante volte, a seguito di un evento che ci ha fatto o ci fa soffrire, abbiamo detto “se avessi fatto in un altro modo, ora non starei così”, oppure “se tornassi indietro, non lo rifarei”, o anche “purtroppo doveva andare così”? Il destino e la capacità di vedere il futuro per poterlo influenzare, hanno da sempre affascinato e allo stesso tempo intimorito l’essere umano, costantemente alla ricerca di un senso e una logica davanti all’ineluttabilità degli eventi della vita. Ma in realtà, siamo davvero “padroni del nostro destino”? Da un certo punto di vita si, dall’altro no; vediamo nel dettaglio perché, partendo dal nostro strumento di esperienza: il corpo fisico.

In quanto struttura programmata che esegue un programma, il corpo fisico non si muove nella vita in modo casuale, bensì seguendo un percorso già delineato. Per comprendere meglio questo concetto, possiamo equiparare tale percorso a un libro. Così come un romanzo, la storia del corpo fisico è già scritta dall’inizio alla fine, e attende un lettore che la legga e si emozioni in tale lettura; questo lettore è il Transiente, come abbiamo diffusamente visto ad esempio in questo articolo. A cosa serve questa informazione nella quotidianità? Innanzitutto, a muoverci con fiducia, percependo che ogni cosa che ci circonda è per noi, fa parte del nostro orizzonte d’esperienza. Ci è utile, di conseguenza, per non rifiutare quello che ci viene presentato davanti, evitando quindi di assegnargli etichette valoriali. Il modello di conformità di ognuno di noi, che non è altro che una declinazione di quello sociale in cui viviamo, ci impedisce infatti di immergerci a pieno in un enorme numero di esperienze, che vengono filtrate dalle nostre condizioni e convinzioni.

Per esempio, se pensiamo di essere “una persona seria”, che si comporta in un certo modo, e come tale ci presentiamo agli altri in ogni contesto, ci precluderemo tutto quello che non rientra nei nostri parametri di serietà. Immaginiamo ad esempio che ci invitino a un concerto di musica reggae: se il nostro atteggiamento è prevenuto e disfattista, volto a giudicare la qualità della musica, il pubblico “fricchettone”, il modo informale in cui veniamo trattati, e così via, non ci porteremo a casa nulla da quell’esperienza, perdendo l’occasione di uscire dal solito ruolo che ci siamo cuciti addosso, almeno per una sera. Ma avremmo potuto evitare di finire a quel concerto? No. L’unica cosa che abbiamo invece deciso, riguardo a quell’evento, è il modo in cui l’abbiamo vissuto, a causa del nostro stato afflitto, ovvero con disagio, frustrazione e rabbia.

Tirando le fila del discorso, cosa deduciamo quindi sul destino e la capacità di governarlo? Da un punto di vista oggettivo non è possibile rifiutare un’esperienza: se è scritta nel nostro “libro”, in qualche modo dovremo viverla. Ma dal punto di vista individuale, abbiamo la possibilità di scegliere come relazionarci a quello che sembra “non fare per noi”: possiamo prenderlo come scocciatura, subendolo, senza apprendere niente da esso; oppure possiamo utilizzarlo come occasione per scoprire delle parti di noi inesplorate, sperimentando ruoli differenti dal solito.

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