Uno dei sintomi della disarmonia della società in cui viviamo è l’attenzione esasperata sui beni materiali, il denaro, su chi è ricco e chi povero. I personaggi che rappresentano la nostra epoca sono infatti perlopiù attori, cantanti, modelli, calciatori, blogger, youtuber, imprenditori miliardari, che suscitano invidia in chi vorrebbe emularne il presunto o reale successo. Questa invidia è accompagnata talvolta dalla frustrazione indotta dalla percezione di alcuni credo religiosi, secondo cui i poveri sono persone sfortunate che hanno avuto meno dalla vita rispetto alle altre, e hanno quindi bisogno di aiuto.

In realtà, indagando l’origine della parola Povero, scopriamo che il termine non ha nulla a che fare con il benessere materiale: essa deriva dal latino pau-ca par-iens, il cui significato è “che produce poco”. Da questa informazione ricaviamo inoltre che l’inverso di povero non è ricco, bensì felice, in quanto, come abbiamo visto in questo articolo, è felice chi mette in opera la sua arte per produrre dei risultati. È invece povero chi non percepisce il suo valore e talento, e rimane bloccato a lamentarsi della sfortuna, invece di mettersi in movimento e cercare soluzioni per il suo sostentamento.

Dal momento che tutto ciò che è stato creato è interconnesso, come osserviamo nel movimento delle forme del sistema naturale, e partecipa a un ininterrotto processo di scambio, chi non è fecondo nella sua opera è a tutti gli effetti un parassita, che usa i talenti di qualcun altro per sopravvivere.

Quando diciamo di noi stessi “sono povero”, dunque, stiamo parlando della nostra sterilità nell’esprimere ciò che siamo attraverso il nostro talento. Se per un periodo più o meno lungo della vita ci troviamo in “difficoltà economiche”, pensare di essere sfigati non ci porterà a nulla. Dobbiamo, invece, mettere in moto il nostro ingegno per trovare nuovi modi di mettere a frutto i nostri talenti, e poter provvedere così al nostro sostentamento.

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