Quando guardiamo alle esperienze dolorose del nostro passato, possiamo osservare che nella maggior parte dei casi per ognuna di esse abbiamo costruito una giustificazione per “stare in pace con noi stessi”, ovvero a nostro agio, “comodi”. Se avessimo realmente compreso cosa ci ha causato sofferenza, invece che etichettare quelle esperienze come “archiviate”, le avremmo utilizzate per conoscerci, e non ci sarebbe stato bisogno di alcuna giustificazione.

Il vero motivo di quella sofferenza è che non siamo riusciti a trovare la chiave per relazionarci a ciò che avevamo davanti, ovvero abbiamo avuto un atteggiamento passivo. L’etimologia del termine ci può aprire una porta fondamentale per comprendere quanto esso sia letale per la nostra crescita individuale. Passivo deriva infatti da passivus e pati, “patire”, e significa “che soffre l’azione”. Il passivo non riesce a stare davanti all’attivo, lo rifiuta dunque, non vuole agire.

Ci troviamo spesso ad affrontare qualcosa di nuovo o di sfidante, che ci spinge inevitabilmente a metterci in movimento per trovare soluzioni. Il nostro cercare di comprendere quell’oggetto è lo scoprire qual è la nostra giusta posizione nel nuovo contesto che ci troviamo davanti. Se ci rapportiamo ad esso in modo passivo, in quanto siamo convinti che la nostra identità sia composta da pochi, rassicuranti elementi, e vogliamo restare ancorati ad essi, il nuovo significato che potremmo assumere in quel contesto diventa per noi motivo di sofferenza.

Si genera una dissonanza formale: poiché il Sistema naturale ci pone sempre nella giusta posizione, in quel contesto ci dovremmo effettivamente stare, ma non lo accettiamo. Stiamo rifiutando ciò che noi siamo, in quanto la nostra vera identità comprende anche tutti i possibili contesti nei quali potremmo assumere un significato. Per agire da ricercatori, dobbiamo quindi indagare tutte le situazioni che ci troviamo davanti, ognuna delle quali ci fornirà un tassello in più per conoscere noi stessi.

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