Quando sentiamo parlare di ricerca spirituale e interiore, del senso della vita e di filosofia, pensiamo di relazionarci con concetti astrusi, lontani anni luce dalla semplicità della vita di tutti i giorni. In realtà, la nostra quotidianità ci offre un bacino inesauribile di materiale per iniziare la ricerca di ciò che siamo e del senso di tutto ciò che esiste, attraverso la dinamica della perturbazione. Con questo termine, come suggerisce l’uso della parola nel contesto meteorologico, intendiamo un evento temporaneo ed improvviso che offusca il momento presente e ci spinge a un cambiamento, sia esso grande o piccolo, richiedendoci di adattarci alla nuova circostanza, così come avviene quando le nuvole offuscano il cielo e si preparano a far scatenare un acquazzone. Sebbene la prima reazione a qualcosa che ci perturba sia quella di rifiutarlo ed evitarlo, esso è indispensabile alla ricerca: anzi, è proprio ciò che ci spinge al movimento di esplorazione.

Se la nostra giornata fosse priva di stimoli, infatti, staremmo seduti tutto il giorno, immobili, senza produrre alcuna esperienza e conoscenza. Sappiamo bene, però, che questo è impossibile. Anche quando siamo in una condizione di “riposo”, la nostra mente vaga da un pensiero all’altro; oppure riceviamo comunque degli stimoli esterni che ci impediscono di restare nell’immobilità fisica e mentale. Da questa impossibilità deduciamo che la perturbazione ha una funzione indispensabile nella vita umana. Qual è questa funzione? Il modo in cui rispondiamo a una perturbazione, e in cui ci adattiamo al cambiamento che essa richiede è unico e parla di noi. Cosi come quando, leggendo un libro, conosciamo i personaggi della storia attraverso l’unicità che li caratterizza nell’affrontare le avversità, nel relazionarsi con gli altri personaggi e nel risultato che essi ottengono dalle loro azioni, allo stesso modo noi mostriamo ciò che siamo nel nostro movimento di esperienza.

Nella quotidianità, qualunque cosa ci spinga a fare un cambiamento, anche minimo, come trovare il modo di concentrarsi in uno spazio in cui ci sono continue occasioni di distrazione dal proprio lavoro, fino alla sofferenza causata da un trauma e dalla perdita di qualcuno che per noi rappresentava un ancoraggio, ci mette in movimento. Per quanto all’inizio cerchiamo di resistere al nuovo scenario che ci si apre davanti, sarà per noi inevitabile adattarci, così da iniziare a cercare, utilizzando l’ingegno per attuare soluzioni alternative, o, nel caso del trauma, indagando sul dolore e sul senso di perdita e incompletezza che esso ci causa.

Rapportarsi alla perturbazione come se essa fosse un fastidio o un dolore, di cui ridurre l’intensità prendendo un antidolorifico, non è quindi intelligente né efficace. Quando qualcosa ci perturba, sia esso “piacevole” come l’abbraccio di un amico, oppure “spiacevole”, come ricevere una multa o la sensazione che qualcuno camminando per strada ci stia guardando storto, andiamo ad indagarne la causa. Chiediamoci quali aspetti di noi quel gesto sta mettendo in luce. Ad esempio, perché ci sentiamo in colpa e ci vergogniamo, se un attimo prima eravamo tranquilli? Come può lo sguardo di un estraneo influenzarci cosi tanto? Evidentemente la sua attenzione mette a nudo qualcosa di noi che non vogliamo vedere né tantomeno mostrare agli altri. A questo punto abbiamo due possibilità: possiamo farci colorare completamente dall’emozione che proviamo, perdendo completamente l’ancoraggio su noi stessi, oppure possiamo utilizzare lo stimolo ricevuto come propulsore al nostro movimento di ricerca. Ogni giorno, muovendoci negli eventi della vita quotidiana, abbiamo davanti a noi un utile strumento: uno specchio che riflette ciò che siamo, in ogni istante. Ciò che ci accade, infatti, ha sempre un senso, ed è progettato apposta per noi: serve a farci riconoscere chi siamo.

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