Un’interpretazione “alternativa” del concetto di etica che abbiamo visto nell’articolo precedente, la indaga come impulso interno al movimento, che identifica una forma e ne garantisce la sopravvivenza.

Osserviamo quello che avviene nel sistema naturale, prendendo come esempio l’ecosistema faunistico della Savana, in cui abbiamo le gazzelle che vengono predate dai leoni. Il leone contiene intrinsecamente l’impulso alla caccia e lo mette in atto. Nella sua caccia, il predatore riesce a catturare e mangiare alcune gazzelle. Di primo acchito, questa dinamica può sembrare inutilmente crudele e prepotente. Ma cosa avviene in realtà? Il leone preserva la sopravvivenza della sua specie nutrendosi delle prede, e allo stesso tempo il suo movimento predatorio contribuisce anche a quella del popolo delle gazzelle. La caccia, infatti, fa sì che il numero di gazzelle rimanga di una quantità compatibile con la propria sopravvivenza, avendo così a disposizione risorse naturali sufficienti per l’intero, che in questo modo può sopravvivere nel tempo.

Per l’essere umano, invece, non avviene la stessa cosa. Il sistema istintuale naturale, costruito all’interno di ogni corpo, viene in molti casi represso a favore di un modello imposto dall’esterno, a cui adattarsi per poter far parte di un contesto sociale. Mentre il corpo sente l’istinto a muoversi per quello che è, come avviene appunto per un animale, il contesto in cui vive lo induce a conformarsi. Lo scopo di questo modello sono infatti il controllo e la standardizzazione, che si manifestano anche come castrazione degli impulsi naturali e soggettivi di ognuno. Ne abbiamo numerosi esempi nelle regole imposte da alcune tradizioni religiose. Ma basta guardare anche la vita quotidiana, ad esempio l’utilizzo di un galateo, per comprendere che molti dei modelli comportamentali umani non hanno nulla a che vedere con la sopravvivenza e la libera espressione di chi li segue.

Nell’esempio del galateo e in generale delle norme di comportamento, possiamo immaginare che un giorno qualcuno abbia osservato se stesso e altri esseri umani in un contesto sociale, rilevando delle differenze e una soggettività comportamentale. Egli ha quindi arbitrariamente deciso che uno specifico modo di tenere le posate, sedersi a tavola, comportarsi in pubblico, erano “migliori” e da “persone educate”; viceversa chi non si adattava a queste regole era “inferiore, barbaro, rozzo”. Possiamo facilmente dedurre che nel bon ton non ci sia nulla di naturale e di etico. Il galateo non ha infatti alcun valore oggettivo, né tanto meno garantisce la sopravvivenza di un singolo o una comunità, poiché è un modello arbitrario e una forma afflitta.

Nell’ambito della ricerca di ciò che siamo, è dunque utile indagare il movente dei comportamenti che attuiamo nella nostra vita quotidiana, per osservare quali di essi sono frutto di un impulso naturale e soggettivo, e parlano di ciò che siamo, e quali sono invece gesti formali e consuetudini a cui ci siamo adattati, per poter vivere in un determinato contesto.

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