Attraverso l’osservazione della struttura del nostro corpo fisico e della dinamica del nostro movimento quotidiano di ricerca di ciò che siamo, possiamo rilevare la natura relazionale dell’esperienza umana. La relazione con altri individui e oggetti è un elemento imprescindibile nella vita di ognuno di noi; esso è infatti lo scenario nel quale possiamo scoprire chi siamo. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, quando due oggetti entrano in relazione, essi generano una linea – che è appunto il loro rapporto – la quale definisce ciò che sono l’uno per l’altro; ognuno dei due vive questo rapporto dalla prospettiva del proprio punto di vista.

Dato che la relazione è un movimento naturale e necessario per ogni essere umano, perché viviamo spesso difficoltà relazionali e comunicative? Questo avviene perché l’Anima che fa esperienza all’interno di un corpo fisico subisce costantemente l’azione di interferenza del principio di resistenza o egoista, che è comunque una parte di sé. Possiamo immaginare tale principio nella forma di un consigliere che ci bisbiglia all’orecchio la sua opinione, durante ogni evento della nostra vita. Egli sa che cosa è meglio per noi, e dunque si prodiga in ammonimenti ed elenchi di “pro e contro”, ogni qualvolta ci stiamo per muovere verso qualcosa, che non pertiene ai suoi rigidi parametri morali o alla nostra routine. Ognuno di noi può percepire la sua costante azione rilevando la propria quotidiana resistenza al movimento. Possiamo rilevare tale resistenza già dalla mattina, quando facciamo fatica ad alzarci dal letto per andare al lavoro, o quando iniziamo qualcosa di nuovo che ci richiede concentrazione, studio e impegno.

Come possiamo facilmente immaginare, l’azione iperprotettiva del principio egoista si estende fino a difenderci da inesistenti attacchi esterni, ovvero facendoci percepire l’altro, il potenziale oggetto di una relazione, come separato da noi e dunque minaccioso. In questo caso, il legame che ci unisce a un altro elemento viene occultato. Non esiste più una linea, bensì due entità atomiche. Saremo infatti così impegnati a proteggere le nostre convinzioni, che genereremo alte barriere tra noi e l’altro, anche solo per una lieve divergenza di opinioni. Potrebbe anche farsi strada in noi una marcata percezione di solitudine. Pensiamo ad esempio all’atteggiamento di quelle persone che preferiscono “stare per conto loro” perché “gli altri non le capiscono” oppure “non le meritano”: esse in realtà stanno solo cercando di nascondere il vuoto di solitudine che sentono.

È possibile superare il trinceramento al quale tendiamo costantemente, a causa dell’azione di quella parte di noi definita come principio egoista? Si, occorre fare uno sforzo e muoversi con fiducia, nonostante il disagio che proviamo. Se restiamo nella convinzione per cui l’altro è altro da noi, vincoliamo i nostri rapporti. Mentre il nostro potenziale orizzonte di esperienza si espanderà, noi rimarremo bloccati sempre allo stesso punto, nella nostra zona di comfort. In realtà, ciò che percepiamo come fuori di noi è l’altra parte di noi che si esprime attraverso ciò che abbiamo intorno, affinché possiamo vederla e riconoscerla. Grazie alla funzione delle relazioni possiamo infatti guardarci allo specchio, scoprendo parti di noi che altrimenti non potremmo mai percepire né tantomeno identificare.

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