Qual è il punto di inizio della ricerca dell’aspirante esploratore, che indaga lo scopo di ogni cosa che esiste? L’osservazione del sistema naturale in cui è immerso. Può accorgersi allora che ogni elemento che lo circonda risponde al perfetto connubio di due metà che si completano, con due punti di vista: l’osservatore e ciò che viene osservato. Può realizzare inoltre che nella realtà ogni cosa funziona nello stesso modo, ovvero come un programma già scritto. Questa visione d’insieme teorica è strettamente correlata all’esperienza pratica: il ricercatore dovrà infatti riconoscere questo processo anche nella propria quotidianità, per comprenderlo a fondo.

Per spiegare meglio come funziona un programma, prendiamo in prestito uno scenario dal sistema naturale. Se io pianto il seme di un melo, non mi aspetto che nel terreno cresca un albero di banane, bensì di mele. Queste mele, tuttavia, sono soggette a delle variabili ambientali di stato, che spesso non hanno nulla a che vedere con le condizioni ottimali per il loro sviluppo. Nel secondo anno della sua crescita, ad esempio, l’albero potrebbe affrontare un periodo di piogge intense, e quindi essere costretto ad adattarsi a questa circostanza avversa. Ciò avrà come risultato la produzione di mele, che conterranno anche l’espressione e il “sapore” di quella pioggia.

Il modo con cui un albero e i suoi frutti crescono e si sviluppano in quanto elementi programmati è lo stesso della forma umana. L’unica differenza tra il cosiddetto “homo sapiens” e qualunque altro elemento del sistema naturale è che quest’ultimo, come abbiamo visto, non ha l’illusione di essere diverso e superiore a tutto il resto, ma si muove come parte di un intero integrato e contestualizzato. Noi homo sapiens, invece, siamo stati educati a pensare di essere decontestualizzati dal sistema che ci ha prodotto; possiamo quindi permetterci il lusso di disintegrare e avvelenare tutto quello che ci sta intorno e, di conseguenza, noi stessi. Questa percezione disarmonica di separazione dal contesto naturale si esprime nella sensazione di solitudine, e trasforma ogni più piccola perturbazione, potenzialmente occasione di crescita ed evoluzione, in sofferenza e blocco del movimento. Se un individuo non si percepisce come parte del contesto in cui vive, ma come ospite, anomalia, elemento alieno ed estraneo, il corpo fisico attiva un processo di degenerazione e malattia, che si esprime in quella che comunemente viene chiamata “vecchiaia”.

C’è però un’altra possibilità: quella degli aspiranti ricercatori. Possiamo quindi dirigerci in un’altra direzione e, andando più in profondità nel fenomeno che stiamo indagando, giungere a comprendere l’illogicità della percezione di estraneità, manifestata dalla gran parte delle anime Transienti dentro corpi fisici. Partiamo da qualcosa che è sotto gli occhi di chiunque e perciò inconfutabile, ovvero il fatto che il nostro corpo è perfettamente compatibile con tutto ciò che lo circonda. Per respirare, infatti, abbiamo bisogno di ossigeno, e il pianeta in cui viviamo ce ne offre in abbondanza; per svolgere qualsiasi attività della vita quotidiana abbiamo bisogno di mangiare, ed esso ci dà nutrimento. Ci muoviamo nello spazio grazie all’esistenza di un apparato locomotore, e siamo programmati sensorialmente per esplorare l’ecosistema in cui viviamo, che ci offre anche rifugio e riparo, o ci fornisce i mezzi per ottenerne uno. Abbiamo infine la possibilità di relazionarci con tutti gli oggetti che sono compatibili con noi – e quindi appartenenti al nostro stesso contesto – in modo tale da poterci conoscere e poter scoprire chi siamo attraverso l’interazione con essi.

La perfezione del meccanismo di funzionamento del corpo umano e del suo contesto è completamente ignorata dai più, proprio a causa delle informazioni ricevute attraverso l’educazione di cui parlavamo poc’anzi. Sovente, la reazione in risposta a questa descrizione si esprime in un “Va beh! Tutto questo è molto bello, però teniamo i piedi per terra, ho il mutuo da pagare!”. Questa risposta indica che comunemente si reputa il mutuo un “fattore oggettivo” della vita umana; in realtà, esso è una costruzione che appartiene ad un sistema artificiale, in cui il movimento degli homo sapiens è orientato verso il raggiungimento di obiettivi effimeri e l’accumulo di oggetti e informazioni che sono sterili, perché quando il corpo smetterà di funzionare essi non serviranno a nulla, né avranno lasciato nulla di costruttivo per l’evoluzione dell’individuo. Lo stesso sistema artificiale, inoltre, a sua volta sopravvive grazie al sistema naturale, l’unica vera fonte di sostentamento della vita intera, che dà senso ad ogni cosa.

Per questo motivo ogni aspirante ricercatore e filosofo che possa definirsi tale dovrebbe porsi come obiettivo la ricerca inesorabile dell’origine della vita. Gli strumenti per l’indagine sono a disposizione di chiunque, perché, come abbiamo visto esaustivamente, essi sono costruiti nel corpo umano stesso e all’interno del contesto in cui vive.

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