Nel 1801, all’età di 18 anni, l’audace Frederic Tudor parte da Boston alla volta delle Antille, con il progetto di vendere 130 tonnellate di ghiaccio ai martinicani. Giunto a destinazione, sperimenta un iniziale fallimento: non ci sono ghiacciaie per conservare il carico. La popolazione infatti non conosce l’esistenza del ghiaccio, e non è nemmeno interessata alla sua eventuale vantaggiosa funzione, perciò lo rifiuta. Qualche tempo dopo, nel 1961, un altro intraprendente americano, Robert Levy, viaggia a sua volta verso un’esotica isola, Tahiti, ma per uno studio antropologico. Durante la sua ricerca sul campo, lo studioso rileva un notevole numero di suicidi tra gli abitanti dell’isola, apparentemente privo di una motivazione logica. Indagando meglio il fenomeno, scopre che nella lingua tahitiana non ci sono parole atte a descrivere gli stati d’animo di sofferenza, ma solo il dolore e la malattia del corpo fisico. I tahitiani, dunque, non conoscendo le parole per dare significato a ciò che provano, ne sono sopraffatti e si uccidono. In questo contesto Levy conia il termine ipocognizione, che deriva da hypo “sotto” e dal verbo cognoscĕre che significa “conoscere tramite i sensi e l’esperienza”. Esso indica, quindi, la mancanza di una rappresentazione cognitiva o linguistica di un oggetto.

Da questi due esempi storici possiamo trarre una deduzione: la conoscenza di un oggetto e la parola che lo identifica ed esprime sono legate indissolubilmente. Se conosciamo qualcosa è perché ne abbiamo fatto esperienza, ne comprendiamo il significato, e gli abbiamo dato un nome. Possiamo quindi intuire quanto ci limiti l’ipocognizione: ogni parola sconosciuta è una nuova opportunità di conoscere; viceversa, se non identifichiamo la parola per descrivere un oggetto, un’emozione o un evento, si genera in noi un vuoto informativo. Usando una metafora, in questo caso il bagaglio cognitivo della nostra vita sarebbe come la pagina di un romanzo in cui alcune parole sono sbiadite o cancellate: come sarebbe la nostra esperienza di lettura? Incompleta. Probabilmente capiremo il senso generale del racconto e potremo leggere la pagina successiva, ma quella mancanza si sarà comunque generata e, procedendo nella lettura, avremo delle difficoltà a riconoscere le sfumature di alcuni personaggi o eventi, e ad interconnetterli l’uno con l’altro.

Al contrario, se il nostro obiettivo è quello di conoscere la realtà che ci circonda nella sua interezza, ed interagire in modo intelligente con essa, esploriamo tutto quello che ci si presenta davanti. Per iniziare, possiamo studiare l’etimologia delle parole che incontriamo. Prendiamo ad esempio proprio la parola leggere: essa significa “raccogliere”, indicando sia l’atto di mettere insieme le parole di un testo tramite il senso della vista, che quello di coglierne il significato grazie all’interconnessione tra di esse. Scopriremo che leggere è a sua volta collegata ad intelligenza, composta da intus “dentro” e legĕre “raccogliere”, e così via. L’esercizio di ricerca del significato dei termini, che possiamo fare anche usando strumenti quotidiani come il nostro smartphone, ci aiuta a potenziare l’attenzione su quello che ci circonda, aprendoci la strada a innumerevoli nuove parole e alle successive interconnessioni tra di esse, e portandoci quindi a espandere la nostra intelligenza.

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