Viviamo in un’epoca caratterizzata da un paradosso: abbiamo tutto, eppure ci manca sempre qualcosa, riducendo così tutto ciò che abbiamo a niente. Siamo degli accumulatori seriali di sensazioni, oggetti, ricordi ed esperienze vissute in modo superficiale, che consumiamo in pochi attimi senza ricavare da esse nulla di significativo. Le nostre vite sono scandite da un ritmo vorticoso, sequenziato in cicli che si ripetono sempre uguali, ogni giorno. La nostra percezione è iperstimolata da informazioni sensoriali dalle quali cerchiamo un “effetto wow”, che chiude le porte alla reale esperienza dell’oggetto che abbiamo davanti. Ogni evento quotidiano ed ogni interazione con ciò che ci circonda sono sempre vissuti a un livello epidermico e in modo passivo. Siamo gli spettatori della nostra stessa vita, e ci muoviamo spinti da un meccanismo di azione e reazione, senza mai comprendere perché ci accadano determinati avvenimenti e che significato essi racchiudano per noi.

Come è facilmente intuibile, questa modalità di approccio si accompagna alla ricerca costante della comodità nella vita quotidiana: ci piace “vincere facile”. Prendiamo ad esempio il food delivery: ordiniamo la cena online con pochi click e la riceviamo a casa in mezzora. Oppure nell’apprendimento di uno strumento musicale, per dirne un’altra, siamo più attratti dai corsi online e dall’aspettativa di riuscire a suonare brani complessi in poche settimane, che dallo studio serio e approfondito della musica. Mettiamo in atto lo stesso comportamento nello studio di una lingua, imparando a memoria le parole e le regole grammaticali “minime e indispensabili”, e ignorando lo studio e l’esperienza del contesto in cui essa è nata e viene utilizzata. Infine, organizziamo un viaggio influenzati dalle recensioni online di chi ha già visitato quel posto, perdendo il gusto della sorpresa e dell’avventura per ciò che ci attende.

Nonostante possiamo ottenere la maggior parte di quello che vogliamo con uno schiocco di dita, comunque non siamo felici, ma sempre insoddisfatti e alla ricerca di qualcosa. Sentiamo un vuoto a cui non sappiamo dare un nome, ma cerchiamo di colmarlo in ogni modo, per non sentire una mancanza di senso, di direzione. È come se ad ogni evento della vita raccogliessimo tra le mani dei granelli di sabbia, che alla prima folata di vento vengono soffiati via.

La risposta a questo vuoto è davanti ai nostri occhi, ma dobbiamo superare la visione new age, che per decenni ci ha infarcito di pseudo insegnamenti yogici/esoterici/spirituali. Ci siamo dunque convinti che la ricerca interiore sia qualcosa che può avere luogo solo sulla cima di qualche sperduta e inaccessibile montagna di un paese asiatico, e ci conduca alla ricerca di un prezioso libro che contiene parole in grado di cambiarci la vita, o di un maestro che comunica attraverso un linguaggio ermetico e solo con pochi eletti. Al contrario, il movimento di esplorazione, che dà un senso alla vita umana, parte proprio da dove siamo: nel tempo e nello spazio in cui ci troviamo ora, abbiamo la possibilità di esplorare qualunque oggetto in modi sempre più profondi e raffinati. La vera ricerca, infatti, si fa nella quotidianità, utilizzando ogni cosa come oggetto di indagine, al di là del noto effetto di piacere e rilassamento, oppure dolore e disgusto che essa ci apporta, e che fa si che ci fermiamo a quello, senza indagare più a fondo.

Nella nostra relazione con ciò che ci circonda, possiamo scoprire chi siamo e il senso di ogni cosa: utilizzando la percezione sensoriale, ascoltando le emozioni che proviamo, ed entrando in comunicazione reale con un oggetto, comprendendone il linguaggio. In questo modo, si svilupperà e affinerà anche il potere creativo, insito in ogni essere umano, che utilizziamo inconsapevolmente in ogni momento, e ci dona l’inestimabile opportunità di creare nuove forme, che parlano di ciò che siamo attraverso quello che plasmiamo.

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