Perché da un giorno all’altro, una persona “amica” diventa “nemica”? Come è possibile che un grande amore, dal quale magari nascono anche dei figli, possa trasformarsi in un odio accecante? Ognuno di noi avrà probabilmente vissuto una simile esperienza, ma ci siamo mai chiesti cosa porta un oggetto a mutare repentinamente nel suo opposto? Partiamo dall’inizio, ovvero da cosa significhino le parole amore e amicizia. Indagandone l’etimologia, scopriremo che curiosamente entrambe derivano dal latino a-mors e dal sanscrito amrit, che significano “senza morte”. Dal punto di vista semantico, non c’è quindi alcuna differenza tra quello che si prova per la persona amata e quello che si sente per un amico.

Nell’utilizzo comune, si tende però a indicare come amore quasi esclusivamente il sentimento romantico che unisce due persone, che implica anche l’intimità fisica, mentre l’amicizia comprende tutta quella gamma di sfumature relazionali che vanno dal “fratello” – ad esempio l’amico di infanzia o il migliore amico – fino al collega di lavoro e al conoscente. Infatti, quando dobbiamo indicare una relazione con qualcuno, che non sia di tipo romantico, non siamo sempre soliti definirla “amicizia”? Magari ci aggiungiamo anche il contesto in cui è nata tale amicizia, ma non potremmo definirla altrimenti, perché, non conoscendo il vero significato della parola, la utilizziamo con leggerezza e nelle più disparate circostanze.

A questo punto è facilmente intuibile per quale motivo i rapporti di amore o d’amicizia, le cui originarie premesse sono quelle di essere “senza morte”, possano deteriorarsi cosi facilmente: non sono quello che promettono di essere. In altri termini, facciamo un uso corrotto del loro significato, e dunque anche i rapporti che viviamo lo sono. A causa dell’influenza del modello di conformità sociale a cui noi aderiamo, analizzato ad esempio in questo articolo, una relazione viene infatti incasellata all’interno di specifici parametri, che ne determinano il nome convenzionalmente assegnato, e la sua espressione. In estrema sintesi, c’è un netto sbilanciamento sull’aspetto formale di un rapporto, che ignora invece quello reale, determinante la sua essenza di oggetto senza morte, ovvero senza fine.

Ma allora, dovremmo considerare reali solo i rapporti che intratteniamo “dalla culla alla tomba”? Non si tratta di questo, perché la durata rappresentata di un rapporto è irrilevante: di per sé, ogni interazione che sperimentiamo è senza morte, ed è quello il segreto da indagare. La prima volta che mangiamo un gelato, ad esempio, ne memorizziamo il sapore e lo colleghiamo a un’emozione, costruendone infine un’immagine mentale; da quel momento esso farà parte di ciò che siamo per sempre, anche se non dovessimo più gustarne uno. Infatti, una volta fatta l’esperienza di un oggetto, generiamo con esso un legame, che è l’unione della nostra interazione. E nei rapporti umani? Avviene la stessa cosa, e allo stesso modo non ce ne accorgiamo. Quando interagiamo con una persona, che sia per un minuto o per vent’anni, tra noi si instaura un legame. Quel rapporto è come una linea che unisce due punti, da cui scaturisce una terza forma che contiene entrambi ma è diversa. In altre parole, tra noi e l’altro è avvenuto un concepimento, abbiamo generato un figlio, che è il risultato di ciò che siamo insieme, e che in qualche modo ci unirà per sempre.

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