Molte volte capita di sentire la frase “vorrei un mondo migliore” o “la pace nel mondo”, che è stata un’aspirazione di numerosi filosofi, religiosi e personaggi pubblici. Guardando al nostro passato storico, però, le cronache raccontano di guerre, dispute per accaparrarsi ricchezze e potere, persecuzioni religiose, sistemi sociali di controllo e cosi via. Se si ascolta il telegiornale alla televisione, vediamo che si susseguono notizie di omicidi, terrorismo, malattie, estrema povertà, diseguaglianza sociale, schieramenti di ogni tipo; si fa guerra persino all’interno dei talk show.

In questo scenario tutt’altro che pacifico, come è possibile che ci siano tante persone che sostengono di anelare a un mondo armonico?  È semplice: perché ci si aspetta che sia quello in cui tutti vivono in pace, sentendosi fratelli l’un altro, andando sempre d’accordo, e così via, dimenticandosi che tale situazione è irrealizzabile anche in un ordinario ambiente domestico. All’interno di una famiglia, ad esempio, abbiamo più realtà che si percepiscono sole, e ognuna vuole controllare quell’ambiente. Ognuna ha una rappresentazione mentale di come deve essere un ambiente perfetto, ed essa si scontra inevitabilmente con quella degli altri componenti della famiglia, rendendo di fatto impossibile costruirlo. Manca un obiettivo comune, ed è assente lo scopo di quell’intero, in quanto esso non viene percepito come tale, bensì come somma di elementi atomici e scissi l’uno dall’altro.

È infatti presente in quasi tutti la convinzione di essere separati da ciò che si ha intorno, e con cui si entra quotidianamente in relazione. In noi alberga una percezione di pericolo e paura, da cui deriva il bisogno di difendere il proprio spazio vitale e i propri confini, con un conseguente profondo senso di solitudine. Da questa percezione ha origine qualsiasi tipo di schieramento.

Se si dovesse formare un gruppo per cambiare il mondo, quindi, con queste premesse inevitabilmente fallirebbe, entrerebbe in conflitto, perché si scontrerebbero visioni differenti e autarchiche, e per questo incompatibili tra di esse. Molti anelano a un mondo perfetto, perché sono convinti che questo non lo sia, ma qualora poi andassero a costruirlo, scoprirebbero che ciò che pensa l’uno e ciò che pensa l’altro sono due cose diverse.

Cosa possiamo fare, dunque, per costruire davvero un mondo migliore? Occorre lavorare su noi stessi; ad esempio, per chi la prova, sull’illusione di essere perennemente in pericolo, e che ciò che ha intorno gli sia ostile. Possiamo farlo osservando che, al contrario, ogni cosa è interconnessa, partendo dal sistema naturale, in cui ogni elemento ha una specifica e unica funzione che si incastra perfettamente con quella di tutti gli altri. Nella nostra quotidianità prestiamo attenzione a come si manifesta un evento in base al nostro stato emotivo; sentiamo che lo spazio in cui abitiamo è in relazione diretta con noi. Impariamo a comprendere, infine, che ogni ente con il quale interagiamo, inclusi gli altri individui, è una parte di noi che prende forma all’esterno, affinché possiamo riconoscerla. In questa prospettiva, la differenza di vedute diventerà spunto per il confronto e l’arricchimento reciproco, e da lì, un giorno, si potrà iniziare a “cambiare il mondo.”

 

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