Alcuni insegnamenti morali che molti di noi hanno ricevuto, nella forma di fiabe, ammonimenti, saggezza popolare, e così via, sono legati al concetto del “rimanere sulla retta via”. La retta via è la strada maestra che deve seguire Cappuccetto Rosso per evitare il lupo, ed è la stessa che viene indicata come virtuosa dal modello morale a cui la maggior parte di noi appartiene. Ma cosa si intende per virtù? La più antica interpretazione etimologica di Virtù indica che la parola deriva dal latino vir,“uomo”, da cui ha origine anche Virile, e da vis, ”forza”. La virtù, dunque, tradizionalmente era una caratteristica attribuita al maschio, salvo poi assumere nel tempo connotazioni spiccatamente morali, come si evince da una sua più recente accezione, che la definisce come la “capacità di schivare il male”, ovvero di non praticare il vizio.

Come abbiamo visto nel precedente articolo, il vizio viene semanticamente definito come difetto; esso è inoltre una cattiva abitudine reiterata nel tempo, adottata da una minoranza “deviante” dal modello di conformità di appartenenza. Possiamo dunque dedurre che essere viziosi significa anche deviare dalla retta via. L’etimologia ci offre un’ulteriore conferma, in quanto una meno diffusa interpretazione della parola, la collega al sanscrito vyath – ate, “vacillare”,  e al latino viere, “torcere, intrecciare”. Infatti, quel percorso tortuoso che allontana l’uomo perbene dalla retta via, facendo vacillare le sue convinzioni, è un percorso ritenuto vizioso.

A questo punto della riflessione, è necessario indagare più a fondo cosa sia la retta via. La retta via indica il sentiero che stiamo percorrendo, ovvero il nostro momento presente. Essa è una linea diritta che si sviluppa in un’unica direzione, mantenendo inoltre la stessa forma. Perciò, qualsiasi elemento esterno imprevisto, un cambiamento, una novità, un’avversità e così via, costituirà una pericolosa tentazione a deviare dal nostro percorso unidirezionale. Ricollegandoci al significato di virtù come forza, deduciamo che chi è virtuoso ha la forza di restare sulla retta via, di non deviare da essa; ovvero, più un uomo è saldo più è retto, e più è adattabile al cambiamento più è vizioso.

Dal punto di vista di un ricercatore, questa “proporzione morale” rappresenta un indicatore di ciò che lo allontana dalla scoperta di sé. La resistenza al cambiamento è infatti inerzia, staticità, ed essa non porta da nessuna parte, perché blocca il movimento di esperienza dell’individuo.

D’altro canto, il concetto di rettitudine non esprime di per sé un’afflizione; infatti, quando viene utilizzata nell’accezione di “centratura in se stessi”, indica proprio ciò a cui aspira un ricercatore. In questa prospettiva, essere retto significa che ovunque la vita ti porti, qualunque esperienza ti si presenti davanti, tu non la rifiuti; la affronti come una sfida, muovendoti fuori dal vecchio rassicurante sentiero sui cui ti trovi, e lasciando andare le tue obsolete convinzioni. Possono mutare i contesti e le circostanze per fare esperienza, ma se l’ancoraggio è sull’individuo che sta cercando la sua identità, e non sugli eventi esterni, ovunque vai, sarai sempre tu, e la tua conoscenza la porterai ovunque, perché è parte di te. Questa è la reale rettitudine.

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