Osservando il funzionamento del sistema naturale, possiamo immediatamente rilevare che al suo interno ogni elemento ha uno specifico scopo, e una precisa e unica funzione. Proseguendo nell’indagine, potremo comprendere meglio perché ogni cosa è stata progettata con queste caratteristiche. Chiediamoci innanzitutto: a cosa servono lo scopo e la funzione? Pensiamo a un oggetto di uso quotidiano, ad esempio un tostapane: se ci trovassimo tale oggetto tra le mani per la prima volta, vi interagiremmo attraverso la percezione sensoriale, cercando di intuire dalla sua forma e dalle parti che lo compongono la sua natura. In un secondo momento utilizzeremmo le informazioni raccolte, mettendo l’oggetto in relazione con un angolo della cucina, con una presa elettrica per accenderlo, con delle fette di pane da scaldare, e cosi via, scoprendo infine a cosa serve un tostapane. Deduciamo dunque che una funzione è rilevabile e ha senso solo nella relazione con altre funzioni e con un contesto di riferimento.

Approfondendo ulteriormente la nostra ricerca, possiamo osservare che gli elementi di un contesto che interagiscono tra di loro costituiscono un intero, ovvero una struttura con uno scopo che viene perseguito da ognuna delle sue parti, adempiendo alla propria funzione. Un orologio è costituito da un quadrante, da molle, rotelle, lancette, da un cinturino, e così via, e ognuno di questi elementi mette a disposizione dell’intero la sua funzione per indicare l’ora della giornata, affinché l’orologio possa essere utilizzato da qualcuno.

Guardando invece il contesto sociale in cui viviamo e gli interi che lo compongono, non osserviamo la stessa cosa. Quando si genera una forma relazionale che idealmente avrebbe uno scopo comune – ad esempio una coppia, una famiglia, un’azienda – nella maggior parte dei casi il benessere dell’intero viene sacrificato per quello del singolo. Questo avviene principalmente per l’azione disgregante del principio egoista presente in ognuno di noi, di cui abbiamo parlato ad esempio in questo articolo. Il suo operato alimenta delle convinzioni su noi stessi che sono illusorie, e che siamo indotti a difendere, proteggendoci per non mostrare la loro ingannevole natura, e per non sentirci in qualche modo “messi a nudo” o “smascherati” agli occhi degli altri.

Un cassiere che ruba dei soldi dal supermercato in cui lavora, o il violinista che fa un assolo improvvisato creando disarmonia nella sua orchestra, sono degli esempi limite, ma che possono aiutarci a comprendere cosa significhi badare al proprio tornaconto personale, per paura, giungendo a danneggiare un intero. Nella nostra vita ci sarà sicuramente capitato di sperimentare direttamente o indirettamente una dinamica simile, e cosa potremmo trarre da questo comportamento? L’azione dell’egoista è subdola, in quanto arriviamo a convincerci che noi e quel contesto siamo separati, e dunque anche se danneggiamo l’intero, ciò che facciamo non ricadrà su di noi, e viceversa. Dobbiamo invece riconoscere che questa è solo un’ingannevole convinzione, perché ogni azione delle parti che compongono un intero ricade su entrambe le componenti, e dunque danneggiando l’intero a cui apparteniamo stiamo facendo del male a noi stessi. E viceversa.

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