Come ogni cosa che esiste, anche le parole sono naturalmente soggette ad evolvere. Ma in che modo? Abbiamo visto in questo articolo che l’origine di ogni parola è emotiva e sensoriale: qualcuno osserva un fenomeno e gli assegna un nome e un significato, ispirato da ciò che esso gli trasmette. Questo è però un punto di partenza, in quanto l’osservazione di un albero, ad esempio, fatta quando il termine è stato coniato, appartiene a un determinato contesto, e ha quindi rilevato solo una parte di ciò che l’albero è in quanto intero in evoluzione.

Facciamo un altro esempio, considerando la Forza di gravità. Newton ha osservato una mela che cadeva, ne ha misurato l’accelerazione in caduta, e ha chiamato quel fenomeno forza di gravità. Ma perché l’ha chiamato in questo modo? Perché ha osservato un fenomeno legato a una forza del sistema naturale, e ha assegnato un nome a una specifica caratteristica di quella forza. Grazie all’analisi di quel nome, possiamo oggi sapere cosa è stato rilevato da Newton. Ma possiamo dire con assoluta certezza che questo è tutto ciò che è osservabile del fenomeno? Tra dieci o cento anni sarà ancora coerente chiamarlo in questo modo? In realtà, Gravità, come la intende Newton, è un descrittivo contestualizzato di un fenomeno, ovvero un nome che descrive ciò che rileviamo e siamo in grado di misurare di una forma, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, in uno specifico momento.

Possiamo quindi dedurre che il processo di ricerca è senza fine: ogni informazione acquisita non è un assoluto, e deve essere sperimentata producendo Conoscenza, anch’essa in continua e infinita espansione. Il compito di un ricercatore è quello di far evolvere una parola, rilevando che ogni caratteristica di una forma osservata empiricamente è solo una parte di un intero, che a sua volta appartiene a un intero più grande.

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